Nave a palo italiana “Gabriella”

Nave a palo italiana “Gabriella”

Nave a palo italiana “Gabriella”
a vele spiegate

Modello al galleggiamento costruito in Italia nel secondo quarto del XX sec

M.M.T.A. - Invent. n. 005

Materiali: legno, corda, stoffa e acciaio; su basamento di legno.
Dimensioni: cm 50x7x34
Scala: 1:150

Modello al galleggiamento; scafo in legno pieno; tre alberi a vele quadre e uno a vele auriche, più bompresso e fiocchi; vele di strallo; corto castello a prua; lungo cassero a poppa; due tughe; un boccaporto; due gru di capone; due ancore; una scialuppa; due argani; un verricello. Le navi a palo rappresentarono il canto del cigno della marina mercantile a vela, quella gloriosa “Ultima Vela” che ebbe come centri di armamento principali Aland in Svezia, Amburgo in Germania, Brest in Francia, Genova, Camogli, Sorrento e Trapani in Italia. Fra il 1902 e il 1904, grazie all’aumento dei noli per i traffici con l’America del Sud, il Sud-Est asiatico e l’Australia, e ai benefici che le leggi accordavano alle costruzioni nazionali, diversi armatori ordinarono ai cantieri liguri splendide e poderose unità, con scafo e alberature in ferro o in acciaio, per nulla inferiori ai celebrati bastimenti stranieri contemporanei. I piroscafi dominavano ormai su tutte le rotte oceaniche, grazie alla sicurezza, puntualità e velocità del servizio che offrivano. Lo sviluppo delle macchine a vapore e delle caldaie aveva eliminato il loro principale difetto: la necessità di fare continuamente rifornimento di carbone, con gli alti costi che ciò comportava. Tuttavia esistevano ancora dei traffici marginali, con beni voluminosi a basso valore unitario, come il rame e i nitrati cileni, il guano peruviano, la lana e il grano australiani e il riso birmano, che non richiedevano tempi celeri di trasporto e puntualità di consegna, ma costi bassi e infrastrutture portuali ridotte. Era questo il regno delle maestose navi a palo, tre alberi a vele quadre e la mezzana a vele auriche (con randa e controranda), più bompresso e fiocchi, che tenevano alto il nome della marineria italiana. Esse battevano i mari oltre i capi (Horn e Buona Speranza), in mezzo alle tempeste e ai ghiacci antartici, condotte da pochi uomini coraggiosi e disperati, gli ultimi sopravvissuti di una razza in via d’estinzione. L’Italia arrivò a possedere una decina di unità del genere, di cui sette costruite nel nostro paese: “Edilio Raggio”, “Emanuele Accame”, “Erasmo”, “Regina Elena”, “Italia”, “Principessa Mafalda” e “Gabriele D’Alì”. Tre vennero acquistate all’estero: “Balmoral”, “Fratelli Beverino” e “Augustella”. Tutti i velieri di costruzione italiana furono realizzati in Liguria, soprattutto dai cantieri Ansaldo di Sestri Ponente e Odero di Sestri Ponente e della Foce, che avevano gli impianti e le strutture necessari per produrre grandi scafi in metallo. Uno degli armatori più noti fu Pietro Milesi, di Genova, che ebbe al suo servizio il “Balmoral”, lo “Australia” e il “Regina Elena”, divenuto poi il famoso “Ponape” dell’armamento Eriksson. La fine di queste gloriose flotte di bianchi gabbiani venne con la Prima Guerra Mondiale, quando i sommergibili tedeschi fecero strage dei velieri mercantili, lenti e male armati, impiegati come unità ausiliarie. Negli Anni Venti e Trenta ci fu ancora qualche armatore nostalgico che tentò di perpetuare la tradizione, ma si trattava di un sogno destinato a svanire nel giro di qualche lustro, inesorabilmente superato dal progresso.

Origine

Collezione Ernani Andreatta

Data

25 Marzo 2018

Tags

a vela